Io sono di Borgaro: intervista a G.D.

Quando è nato e dove?

Sono nato il 24 settembre 1954 a Montemurro, in provincia di Potenza.

Quando è arrivato a Borgaro?

Prima sono arrivato a Mappano di Borgaro nel gennaio del 1969. Mio padre era stato lì nel ’55 per alcuni mesi, poi è tornato giù per lavorare ad una diga. Nel 1969 è tornato a Mappano con la famiglia.
Siamo venuti qua perché eravamo quattro figli e mio padre temeva che, rimanendo al sud dove c’era meno lavoro, noi figli andassimo in altre regioni per cercare lavoro e quindi ci dividessimo. Per questo motivo mio padre ha deciso di spostarsi qua con tutta la famiglia, per restare uniti. Nell’83, invece, sono arrivato a Borgaro perché ho comprato casa qui.

Ha lavorato a Borgaro?

No, non ho mai lavorato a Borgaro. Ho lavorato a Mappano in due ditte, poi a Settimo in una ditta di trasporti.
Il primo lavoro, nel 1969, è stato in un grissinificio dei Fratelli Chiavazza.

Come ricorda Borgaro? Cosa ricorda della “città satellite”?

Di Borgaro non ricordo molto. Invece di Mappano ricordo che negli anni ’70-’80, attaccato al palazzo dove abitavo, c’era un’azienda del gas con bomboloni enormi che d’estate bagnavano con l’acqua per paura che esplodessero. C’erano 2/3 cascine con le mucche che giravano per il paese e la Trattoria del Commercio. Poi tra il ’75 e l’80 hanno iniziato a costruire.
Per quanto riguarda la città satellite ricordo che volevano costruirla vicino all’azienda Dobell che si trova nei pressi della Tangenziale, verso Mappano. Si sapeva che la Falchera doveva aggiungersi a Mappano e forse doveva diventare tutto parte di Torino.

Come ci si spostava a Borgaro?

Noi avevamo il medico a Borgaro, vicino alla stazione e si andava fin lì a piedi. Poi nel ’71 mio padre ha preso la patente e abbiamo comprato la macchina. A Mappano, invece, c’era un solo pullman che andava da Rivarolo a Porta Susa e passava 4-5 volte al giorno, oppure si andava a Falchera.

Cartolina di Viale dei Martiri – Lionetto Foto

Come si trascorreva il tempo libero a Borgaro?

Non c’erano punti di ritrovo: si andava al cinema, in discoteca o in giro per Torino.

C’erano delle tradizioni presenti ancora oggi?

A Mappano facevamo solo la festa di Sant’Anna che si fa ancora oggi a luglio, e qualche festa dell’Unità.

Si ricorda di qualche industria degli anni ’60-’70?

A Mappano ne hanno aperte e chiuse tante. Ricordo la Varian, che lavorava sulla tecnologia (si diceva che il padrone fosse uno scienziato). C’erano la Cravel che produceva freni e frizioni per le auto e la Tesio che faceva porte. La Dobell, invece, ci dava il lavoro da fare a casa: ci portavano dei cassettoni con dentro i pezzi per fare le penne e noi le montavamo e poi le ritiravano.
A Borgaro c’era l’Asper che produceva motori per i frighi ed era vicino la Conceria.

Cosa sa dirci sui flussi migratori?

Arrivavano in tanti dal sud. È vero che c’erano i cartelli con scritto “Non si affitta ai meridionali”, ma non era così difficile integrarsi, anche perché c’era tanto lavoro.

Ha avuto problemi col dialetto?

No, non ho avuto problemi col dialetto. Io mi sono integrato bene col lavoro.

Si è mai candidato?

No, non mi sono mai candidato.

Ricorda qualcosa a proposito delle lotte sindacali?

Si facevano scioperi e si lanciavano le pietre contro le aziende in cui c’erano i lavoratori, che quindi scappavano perché potevano essere colpiti. Inoltre inizialmente c’erano i sabati obbligatori e si lavorava 5 ore. Poi ci si è battuti e li hanno tolti nel 1971, anche se si andava a lavorare lo stesso (ma erano pagati come straordinari).

Faceva parte di associazioni?

No, non facevo parte di associazioni anche perché in quegli anni non ce n’erano. C’era solo la sezione dei partiti.

29 giugno 2017
G.D.