Mistero alla vecchia stazione

La scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo di Borgaro Torinese
Presenta

Mistero alla vecchia stazione

Da un’idea di Niccolò 
e la collaborazione della classe III D

PREMESSA 
Siamo gli alunni della classe 3D del Plesso Levi dell’I.C. di Borgaro-To, ci piace leggere, ma anche scrivere. Con entusiasmo abbiamo aderito alla proposta della professoressa Antonacci Adriana di partecipare al Concorso “10 Piccoli Indiani”. Ci siamo impegnati e questo è il frutto del nostro lavoro.

«Lucia, stai ferma! Vuoi che lo zio ci scopra?» disse Andrea agitatissimo a sua sorella.
«Ma cosa ho fatto io? Stai giù tu e zitto! Guarda, piuttosto, questo è già il quinto cadavere che ritrovano… un’altra mummia. Che impressione! Anche questa è tutta legata con del nastro da pacchi! Che indecenza!» disse Lucia «speriamo che zio Marco questa volta scopra qualcosa e riesca ad arrestare l’assassino» concluse.
I due ragazzi erano i nipoti del Commissario Marco Niccolotti, detto Nicco, ed erano nascosti dietro la siepe che delimitava l’area della vecchia stazione abbandonata all’estrema periferia della città. Da anni, ormai, nessun treno percorreva più i binari di questa linea: era stata, infatti, costruita una moderna metropolitana che univa i vari paesi prima serviti dalla ferrovia. Quella che un tempo era stata la sala d’aspetto ora era il ricettacolo polveroso e cadente di tossici, barboni e di ragazzini curiosi in cerca di emozionanti brividi. Negli ultimi tre mesi, però, la Polizia era intervenuta ben cinque volte, chiamata perché in quella sala o fra i binari erano stati rinvenuti ben cinque cadaveri!
«Andrea, guarda: è di nuovo arrivato il vecchio capostazione, questa volta c’è anche sua moglie» disse Lucia, richiamando l’attenzione di suo fratello «stanno parlando con lo zio.»
«Quanto pagherei per sentire cosa si dicono!» rispose Andrea.
Il commissario Nicco, infatti, stava interrogando i due coniugi che per tanto tempo avevano vissuto nella vecchia stazione, di cui conoscevano tutti gli angoli. Anselmo, così si chiamava il capostazione, e sua moglie Pierina sembravano molto agitati: la donna gesticolava, mentre il marito faceva ampi cenni di no col capo. I due fratelli intuirono le parole “stato di fermo “, poi videro due agenti prendere in consegna Anselmo e Pierina, che vennero fatti salire su una volante della polizia. L’auto partì; il commissario rimase con altri due agenti in attesa del medico legale e del magistrato. I due ragazzi conoscevano alla perfezione la procedura seguita nel caso di ritrovamento di un cadavere. Erano o non erano i nipoti di un commissario?
«Ti ricordi, Andrea, quando hanno trovato il primo corpo?» chiese Lucia.
«Certo! Era proprio nascosto lì dietro a quelle sterpaglie. Guarda: ci sono ancora i guanti buttati via dalla Scientifica dopo i rilievi.» rispose il fratello.
«Già, è vero! Se ci penso, mi vengono i brividi. Zio Marco quel giorno era molto preoccupato, aveva capito che era un delitto particolare, cui ne sarebbero seguiti probabilmente altri. L’aveva detto a cena. Ricordi?» lo incalzò Lucia.
«Sì, sì, ricordo perfettamente. Il cadavere, anche quello, era “skocciato”; che brutta fine aveva fatto il dottor Povero !» rispose saccente Andrea.
«Non trovi ridicolo per un direttore di Banca chiamarsi Povero?» rise la sorella.
«Che c’entra questo adesso? Era un uomo antipatico, almeno a me stava proprio qui- indicò lo stomaco- lo incontravo ogni giorno in piazzetta, lui usciva dalla trattoria, dove andava a pranzare, e lo salutavo sempre, per educazione, essendo il padre di un mio compagno di calcio. Mai una volta che rispondesse al mio saluto! Come se non mi vedesse nemmeno! Sempre serio, con quegli occhietti severi, ti guardava dall’alto dei suoi quasi due metri e ti faceva sentire piccolo, piccolo!» spiegò Andrea.
«Pensa a quanto nastro adesivo ha dovuto usare l’assassino per “skocciarlo” tutto!».
Questa volta i fratelli risero insieme.
I due giovani erano molto curiosi, volevano sapere sempre tutti i dettagli di ogni crimine, di cui si occupava lo zio. D’altra parte, era normale che due adolescenti, di tredici e quindici anni come loro, fossero interessati a tutti i fatti morbosi che accadevano in quella che un tempo era una tranquilla cittadina di provincia, dove tutti si conoscevano, dove tutti conoscevano la vita di tutti, almeno così si pensava. Quando lo zio, tre mesi prima, a cena aveva parlato del ritrovamento di un secondo cadavere, loro avevano smesso di mangiare, non per lo schifo, ma per la curiosità e avevano tempestato il “Commissario” di domande.
«Di’ un po’, zio, chi è il morto? Lo conosciamo? Dove l’avete trovato?».
Andrea e Lucia erano stati in ascolto.
«Sempre alla Stazione, nella vecchia sala d’aspetto, sotto quella marea di rifiuti, ammassati lì… un altro cadavere “skocciato”. Siamo in presenza di un killer seriale sicuramente! Ho fatto installare delle telecamere per tenere sotto controllo tutta l’area» aveva risposto preoccupato lo zio.
«Ma chi è stato ucciso?» avevano chiesto i nipoti.
«Un tossico che già conoscevamo: era stato arrestato anche per spaccio. Ciondolava spesso dalle parti della vecchia stazione e lì ha trovato la morte.» Andrea e Lucia ricordavano bene la preoccupazione disegnata sul volto del loro zio, convinto che tra le strade cittadine si aggirasse ormai un pericoloso killer. Non era trascorsa una settimana, infatti, dal ritrovamento del secondo cadavere che ne vennero scoperti altri due nascosti tra i sedili sfondati nel vecchio vagone abbandonato sui binari. Erano i corpi di due donne. Il primo era quello di Denise, una quindicenne un po’ sbandata, figlia di alcolizzati che non si occupavano di lei. Frequentava l’istituto d’arte e, per dimenticare i suoi problemi esistenziali, trascorreva i pomeriggi alla vecchia stazione a decorare con le bombolette spray proprio quel vagone che sarebbe diventato la sua tomba. Era una brava writer. Il secondo corpo, ironia della sorte e fatto sconcertante, era quello di Tonia, la collaboratrice dell’istituto d’arte frequentato da Denise. Vedova e sola, prossima alla pensione, la donna conduceva una vita molto riservata. Come mai erano state uccise? Che legame avevano le due? E le telecamere avevano ripreso l’assassino? No, i dispositivi erano stati messi fuori uso: a distruggerle ci avevano pensato i vari personaggi che, come fantasmi, si aggiravano sempre in quel luogo dimenticato da Dio.
Il commissario Nicco aveva continuato le indagini, che erano davvero difficili. I sospetti cadevano tutti sull’ex capostazione Anselmo, un settantenne mingherlino. Molto ligio al dovere, aveva lavorato per oltre quarant’anni nelle FS, ricoprendo quell’incarico importante. Conosceva ogni minimo dettaglio di tutta l’area della vecchia stazione. Non poteva aver agito da solo: il suo fisico non glielo permetteva, forse Pierina, la moglie, l’aveva aiutato. Ma qual era il movente? La follia di certo. Solo un folle può trasformarsi in un serial killer, ma Anselmo aveva l’aspetto di un tranquillo pensionato e sua moglie sembrava una brava donna. Eppure, ora, li avevano fermati e li stavano portando in caserma. Andrea e Lucia uscirono quatti quatti dal loro nascondiglio e, senza farsi scorgere, tornarono a casa, discutendo fra di loro animatamente: «Stasera a cena ci faremo raccontare da zio tutti i dettagli!» affermò Andrea.
«Io gli chiederò di vedere tutte le foto dei cadaveri!» aggiunse Lucia.
Fu, infatti, mentre Nicco gustava l’ultimo agnolotto alla salvia che i suoi due nipoti cominciarono il loro interrogatorio: «Zio, hai già saputo a chi apparteneva il cadavere? Come è stato ucciso? Anselmo e Pierina hanno già confessato?».
Lo zio calmo rispose dicendo che l’ultimo cadavere, ritrovato da poche ore, era quello di Pietro, il fratello di Luca, assassinato nel medesimo modo qualche mese prima. I due nipoti rimasero di stucco. Lucia conosceva bene quel giovane: era stato il suo animatore all’oratorio, ne ricordava la simpatia e, quando aveva saputo che sarebbe andato a Yale negli USA a studiare, avendo vinto una borsa di studio, ne era stata molto dispiaciuta. Ora a questa tragica notizia scoppiò in lacrime e chiese allo zio altri dettagli:«Avete già esaminato il cadavere? L’assassino ha usato sempre lo stesso nastro adesivo?». «Come fai a sapere che anche questo cadavere era “skocciato”?».
Andrea soccorse la sorella che si era tradita:«Non lo sa, lo immagina!» disse dando un’occhiata d’intesa a Lucia. Ci fu un momento di silenzio, interrotto però dal trillo del cellulare di Nicco.
«Dica, dottore, in che modo è stato ucciso? Può ripetere per cortesia? La ringrazio!».
I due fratelli all’unisono chiesero:«Ci sono novità? Era il medico legale vero? Come è stato ammazzato il morto?».
Lo zio, sfinito, cedette e raccontò ai nipoti quanto sapeva: i cinque cadaveri erano stati tutti “skocciati” e trasformati in “mummie”; la morte era stata causata da un colpo alla nuca, i corpi erano stati portati alla stazione abbandonata in un secondo momento dall’assassino che o ha un complice o è di corporatura molto robusta. I principali sospettati sono Anselmo e Pierina.
I due nipoti sembravano dubbiosi:«Ma, zio, che motivi potevano avere il vecchio capostazione e sua moglie per compiere questa strage? Saranno mica impazziti tutti e due? E poi perché trasformare i cadaveri in mummie? Dalle foto che ci avevi fatto vedere, quei corpi, sembravano proprio mummie ben fasciate, ci ricordavano quelle viste sul nostro libro di Arte!».
Lucia corse in camera a prendere il volume e si precipitò a far vedere le immagini in questione; effettivamente il commissario Nicco dovette ammettere che i nipoti avevano ragione: la “skocciatura” dei corpi era del tutto simile ai bendaggi dei reperti egizi raffigurati, quasi fosse stata fatta da un antico imbalsamatore.
Le parole della nipote e le immagini del libro d’Arte furono per Niccolotti come un lampo nella notte: finalmente il commissario aveva una nuova pista da seguire.
«Grazie,ragazzi!» disse ai nipoti, alzandosi da tavola «siete fantastici! Ci vediamo!» poi aggiunse «vado in Centrale, non cercatemi. Tornerò quando avrò ammanettato il colpevole.» Aveva la fretta di chi non vede l’ora di concludere un affare, e quell’affare era davvero importante per lui, per i suoi collaboratori, per la sua città. Lucia e Andrea si guardarono senza capire, sentirono la porta chiudersi e rimasero senza parole: cosa poteva aver intuito lo zio?
Fu l’indomani sera che il TG regionale diede l’annuncio della cattura del pericoloso serial killer di cui, però, ancora non erano state fornite le generalità. Quando a notte fonda tornò a casa, il commissario Nicco trovò tutta la famiglia ad assediarlo per avere notizie, capì che era inutile dire che era stanco, che non poteva rivelare i particolari dell’indagine, quindi si accomodò in poltrona e cominciò a raccontare:«Le vostre parole e le immagini delle mummie mi hanno fatto ricordare una discussione che avevo avuto con Giuseppe, il gestore della trattoria in piazza, lo scorso inverno. Avevamo parlato del suo lavoro come archeologo in Egitto tra scavi e ritrovamenti millenari, e gli avevo chiesto come si trovasse nel gestire una trattoria invece che reperti preziosi e delicate mummie. Giuseppe mi aveva risposto che stava bene: rientrato ormai ultraquarantenne, rimpiangeva il fatto che aveva dovuto adattarsi a lavorare come cuoco, non avendo trovato una occupazione adeguata al suo titolo di studio. Aveva anche aggiunto che, dopo pochi mesi di lavoro in cucina, aveva sposato la figlia del proprietario del locale e aveva chiamato suo fratello, Carlino, come aiuto cuoco. I primi tempi erano stati molto belli, ricchi di soddisfazioni, poi il ragazzo era finito in un brutto giro di droga ed era morto per overdose, la crisi economica stava ora facendo il resto. Giuseppe si lamentò con me dei magri guadagni in trattoria.
Arrivato in Centrale, mi sono collegato all’archivio dati, ho incrociato le informazioni e le ho verificate. Ho mandato, quindi, gli agenti alla trattoria a prelevare Giuseppe per interrogarlo. Non è stato difficile ottenere la sua confessione: ho barato, dicendo che una telecamera non era stata danneggiata completamente e l’aveva immortalato mentre nascondeva l’ultimo cadavere; Giuseppe l’ha creduto ed è crollato. Il primo omicidio era avvenuto per un senso di rivalsa: la banca, di cui Povero era direttore, non gli aveva concesso il prestito richiesto per non fallire. Il tossico Luca, seconda vittima, era proprio quello che aveva dato la dose fatale a Carlino e per questo non meritava di vivere, doveva vendicare suo fratello. La terza e la quarta vittima, erano stati degli imprevisti: Tonia lo ricattava, poiché aveva letto alcune pagine del diario, dimenticato da Denise a scuola. Su di esso oltre ai compiti, scriveva i suoi tormenti, e soprattutto che aveva visto Giuseppe nascondere qualcosa che assomigliava a una mummia nella vecchia stazione, dove lei, di nascosto, stava dipingendo un vagone. Era stato necessario uccidere Tonia: era esosa nelle richieste e lo minacciava di spifferare ogni cosa! Aveva dovuto ucciderla, caspita! Però, però… anche Denise, risultò una pericolosa testimone! E se avesse preso il coraggio di denunciare quanto visto? No! Non poteva proprio lasciarla vivere! L’ultima vittima si era presentata in trattoria, dicendo a Giuseppe di essere Pietro, il fratello di Luca e… accipicchia quante domande stava facendo! Sapeva dell’amicizia tra Luca e Carlino e che erano morti entrambi: forse le due tragedie erano collegate?, aveva insinuato. Troppe domande, troppo curioso… meglio ucciderlo, aveva deciso Giuseppe.
Anche l’arma del delitto è stata trovata con facilità: un grosso mattarello.»
Il Commissario Nicco era visibilmente esausto, ma i due nipoti in coro chiesero ancora:«Ma perché perdere tempo a skocciare i cadaveri e portarli alla vecchia stazione?».
«Per lui non era una perdita di tempo!, ma un modo per distinguersi da un serial killer qualunque!» Infatti Giuseppe era prima di tutto uno studioso, un archeologo esperto in egittologia… ci teneva a firmare i suoi “capolavori”!
Allo stesso tempo non desiderava per niente a finire in prigione quindi si premurò di nascondere i corpi alla vecchia stazione per far ricadere i sospetti sul povero Anselmo e sua moglie Pierina. Aveva agito con maniacale circospezione, controllando sempre tutti i dettagli per non avere testimoni, ma evidentemente qualcosa gli era sfuggito. Mentre gli agenti lo portavano in cella, mi ha confessato che solo due persone in Italia conoscevano il suo passato di archeologo: sua moglie, che non sospettava minimamente fosse un assassino, ed io. E’ stato un grave sbaglio avere sottovalutato la mia memoria!» concluse soddisfatto.
Zio Nicco si alzò, i due nipoti lo seguirono, ognuno si ritirò nella propria stanza a riposare. Si spensero le luci nel grande appartamento e scese il silenzio.
E la luce della Ragione nella mente di Giuseppe quando si era spenta?
Nicco girandosi e rigirandosi nel letto non riusciva a prendere sonno, troppe domande nella sua testa e, caspita!, si muovevano talmente veloci da farlo quasi sussultare…
Ma… che cosa gliela aveva spenta?
Troppe mummie? Troppa sabbia? Troppe piramidi? Troppo sole? O forse una maledizione di troppo? O la morte di Carlino cui era morbosamente legato? Perbacco!, qualcosa di troppo c’era stato se aveva pensato di ammazzare e “skocciare” tutte quelle persone! «Lo scoprirò domani» bofonchiò perplesso prima di addormentarsi profondamente…